Teatro India, “Echoes” di Henry Naylor il 29 aprile

Non solo violenza, ma anche mancanza di libertà e della facoltà di decidere con l’obbligo di assolvere a quanto esige la società: è questo il cuore di Echoes, intenso dialogo a due voci dell’inglese Henry Naylor che intreccia due voci diverse, ma simili di donne per raccontare i molteplici aspetti della violenza sulle donne, il femminicidio, la violenza della società che si consuma in ogni epoca sulla sfondo di conflitti religiosi.

Francesca Ciocchetti e Federica Rosellini dirette da Massimo Di Michele sono le due straordinarie attrici in scena di rosa cipria vestite (da Alessandro Lai) con tutta la leggerezza dei propri abiti che contrasta con le loro storie di violenza: una violenza che si rinnova in tempi diversi e in modi che si sono semplicemente evoluti dove le donne restano sempre le vittime.

Le due attrici in scena, intense nei monologhi e nei dialoghi a due, interpretano le speranze e le delusioni di Samira e Tillie, vittime dei conflitti delle guerre di religione e del tragico e impossibile rapporto fra Occidente e Oriente.

È la mancanza di libertà e di prospettiva a unire Tillie e Samira: la prima, giovane donna inglese di Ipswich che sposa un ufficiale dell’esercito di Sua Maestà e si trasferisce nell’India dell’epoca vittoriana; la seconda, una donna inglese di Ipswich e della stessa età, che decide di lasciare l’Inghilterra e partire per la Siria, per diventare una delle “mogli della Jihad”, le donne che sposano i guerriglieri con l’intento di convertire gli infedeli.

Sullo sfondo della vita delle due donne, le guerre religiose, ma anche il dramma che sono costrette a subire: entrambe vengono risucchiate in un mondo che sembra essere solo inizialmente suadente e di cui finiranno ben presto vittime e il racconto della loro solitudine passa attraverso la mancanza di libertà dovendo drammaticamente fare i conti con una realtà spietata.

Il dialogo a due voci alternate in un o spazio atemporale mostra una realtà fatta di violenza domestiche, di asservimento e di umiliazioni, aumentando il senso di claustrofobia e di segregazione mostrando il fallimento di ogni tentativo di realizzazione da parte delle donne allora, come adesso: sulla sfondo, i conflitti religiosi.

Uno spettacolo forte e doloroso quello di Di Michele che punta molto sull’importanza del linguaggio del corpo, lasciando intrecciare e rincorrere le due attrici, avvolte in lunghi tubi di plastica gialli (dell’artista Sara Patriarca): il regista sceglie di raccontare senza manipolazioni il testo di Naylor che non intende lasciare spazio a vittimismi o retorica per essere un’amara riflessione sulla contemporaneità.

“Sono fermamente innamorato della fisicità dell’attore della sua plastica consistenza materica. Il muoversi, il camminare, ogni gesto rappresentato è un “fatto” allo stesso modo degli eventi narrati” spiega il regista che ha scelto il non luogo di astrazione ospita due donne che si mostrano per quello che sono senza introdurre alcun tipo di manipolazione o chiavi interpretative o giudici di valore etico.

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