Dal 6 al 10 marzo, ore 21, al Teatro di Rifredi, Firenze “La Locandiera o L’Arte per Vincere”

Silvia Gallerano e Claudio Bitosso sono i protagonisti de La Locandiera di Carlo Goldoni che andrà in scena al Teatro di Rifredi da martedì 6 a sabato 10 marzo, tutte le sere alle ore 21: un allestimento che ha debuttato nel 2016 ad Asti Teatro 38, col sottotitolo L’Arte per Vincere. La regia di Stefano Sabelli traghetta l’azione dalla Firenze del ‘700 al Delta del Po, negli anni ‘50, in un’atmosfera acquitrinosa ispirata a capolavori del cinema neorealista dell’epoca e alla commedia all’italiana. Una terra umida ed esotica dove i vizi e i giochi dei protagonisti sembrano stagnare in attesa che un’improvvisa corrente smuova acque e anime melmose.

Immersa tra giunchiglie e arboree di fiume, la locanda “Vecchio Po” è una palafitta girevole che assume le sembianze ora di una nave corsara, che aspetta stancamente il vento in poppa, ora di una casa di frontiera sospesa sull’acqua con forse, dietro, il precipizio. Il clima da bassa Padania, esotico e fluviale, traina una fantasia visionaria, dove la notte scura è illuminata da lucciole e lanterne che scompongono, sul manto del fiume, un continuo e forsennato caleidoscopio di luci, speranze e sospiri.

Silvia Gallerano, negli ultimi anni l’attrice italiana più premiata e seguita a livello internazionale, è Mirandolina, una locandiera combattuta fra tradizione e femminilità emancipata, moderna e sensuale, abile ma priva delle leziosità connaturate in genere al ruolo. Intorno a lei, mentre la radio trasmette mambo d’epoca e canzonette di Rabagliati, un’umanità ai margini composta da incalliti giocatori d’azzardo, debosciati melomani, balordi dandy e subrettine da avanspettacolo. Millantando e spacciando il poco che hanno come il tesoro segreto e ritrovato nello scrigno riesumato di un pirata dei Balcani, guappi, prostitute e zanzare danzano sul pontile in cerca di clienti da ultima frontiera.

Un clima di varietà e avanspettacolo invade l’atmosfera umida e languida della Locanda che, come un carillon spinto da sospiri e passioni, prende a girare a ritmo di uno swing o con il languore di un liscio, intonato senza tempo e ritmo dal fisarmonicista che, muto e saggio, osserva ridente e silente lo scorrere del fiume e di quel che porta e trascina via.

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