Vienna, Volksoper, fino al 29 giugno 2018 “Die Fledermaus”

A Vienna, oltre all’An der schönen blauen Donau allo scoccare della mezzanotte e al concerto al Musikverein, è d’obbligo salutare il tempo nuovo con Die Fledermaus, capolavoro di Johann Strauss jr. A Capodanno circostanze favorevoli ci portano alla Volksoper il cui allestimento possiede intrinseca dignità e coerenza. La regia di Heinz Zednik, celebre tenore in attività tra 1960 e 1980, centra gli snodi focali, inserendo nella pochade efficaci soluzioni comiche. Rosalinde, che dovrebbe essere circa trentenne, è qui donna matura che non si fa remore ad assumere ansiolitici e berci sopra. Adele, intuiamo, si intrallazza senza troppi scrupoli col padrone. Nel secondo atto Zednik asciuga la festa, che per tradizione può essere ampliata, introducendovi solo la Pizzicato-Polka, ma concedendosi della malizia su Orlofsky che si abbandona a timide carezze col suo Kammerdiener durante il canone Brüderlein, Brüderlein. “Chacun à son goût” appunto. Nel carcere, dove il teatro ha la meglio sulla musica, spadroneggia la comicità contagiosa del beone Frosch, fatta di lazzi verbali – irresistibile il calembour su Ida, e buffe trovate. Le scene diPantelis Dessyllas, sostanzialmente fisse ad eccezione della parete del palazzo principesco che si alza per far spazio ai ballerini sulle note di Unter Donner und Blitz, suggeriscono una composta eleganza, così come i semplici e colorati costumi di Doris Engl.

Il maestro Gerrit Prießnitz celebra con l’Orchestra “l’apoteosi della danza come pura gioia di vivere”, citando Fedele d’Amico. Il ritmo non manca mai, le dinamiche vengono scelte con cura e la direzione è raffinata. Peccato che in alcuni momenti, ad esempio nel trio So muß allein ich bleiben e nei couplets del principePrießnitz sfrutti poco l’incisività della partitura, optando per agogiche non particolarmente estrose. Il rapporto coi cantanti è costante permettendo così la buona riuscita generale.

Nella compagnia si distingue Anja-Nina Bahrmann, Adele spigliatissima dalla linea di canto omogenea, dal timbro morbido e agile nella coloratura che Strauss le affida ossessivamente. Mein Herr Marquis e Spiel ich die Unschuld vom Lande sono risolte con estrema maestria. Bene si disimpegna Manuela Leonhartsberger, Orlofsky valido. Ottimo Frank quello di Daniel Ohlenschläger, dalla bella voce voluminosa. Carsten Süss è Gabriel di grande temperamento e presenza scenica. Ulrike Steinsky, soprano che vanta una carriera ultratrentennale alla Staatsoper viennese, veste i panni di Rosalinde. L’esecuzione, ben riuscita sul piano drammatico, risente di alcune imperfezioni, quali la coloratura finale in forma di risata dell’Uhrenduett poco curata e gli acuti vibrati, evidenti in Klänge der Heimat. Privo di particolare slancio l’Alfred di Alexander Pinderak che potrebbe variare nettamente le arie attribuitegli. Il giovane Ben Connor è Falke partecipe, ma dalla voce ingolata, sovente coperta dall’orchestra. Davvero brava Klaudia Nagy, Ida sempre corretta, al pari di Karl-Michael Ebner, il buffo dottor Blind. Robert Meyer, attuale direttore della Volksoper, impersona Frosch con indubbia arte istrionica. Completa il cast Heinz Fitzkacome cameriere del principe.

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