A Verona, Teatro Filarmonico, fino al 31 dicembre 2017 “La vedova allegra”

La stagione del Filarmonico si apre con La vedova allegra, capolavoro del grande Lehár. La trama semplice, l’orecchiabilità delle melodie, l’ilarità dei dialoghi l’hanno resa una delle operette più amate. Questo maestoso monumento alla Belle Époque, età di pace europea che permise la crescita florida di un’arte scevra da ideologismi politici, è adorno di temi leggeri, quali l’amore capriccioso tra Hanna e Danilo, la gelosia dei diplomatici verso le consorti, il flirt continuo ed esplicito di Valencienne con Camille. Non meno importanti sono l’introduzione dell’esotico Pontevedro, inesistente ma allusivo al Montenegro asburgico, e l’ambientazione parigina, ubicazione che permette al sesso e alla perversione di palesarsi in tutta la loro lubricità, evitando così di épater les bourgeois viennesi.

L’allestimento di Gino Landi, già visto a Verona nel 2005 e nel 2014, riesce nel tradurre quanto sovrascritto con stile e inusitata raffinatezza. I tempi comici sono serrati, in un giusto equilibrio tra momenti romantici e danzati. Unico appunto, i dialoghi vertono su una comicità a tratti ingenua e superata, meritando qui e lì una riscrittura. Sfarzosa la scenografia di Ivan Stefanutti che, per mezzo di teleri dipinti ed elementi tridimensionali, ricrea gli spazi dell’ambasciata, del giardino e del Maxim, accomunati da assonanze cromatiche tra l’avorio e il rosa dei pannelli scorrevoli per i cambi scena. Eleganti e colorati i costumi diWilliam Orlandi, tra cui si apprezzano quelli per la protagonista. Nella Vedova, dove la ritmica dei balli da sala è onnipresente tanto da essere considerata da alcuni una Tanzoperette, rivestono grande importanza le coreografie, qui curate da Landi che interpola nel terzo atto alcuni brani dalla Gaité parisienne di Offenbach per la gioia dello spettatore.

Sergio Álapont non è pronto per la “piccola lirica”, genere considerato erroneamente facile. Seppur si intuisca l’intenzione di un personale discorso musicale, manca nella conduzione la filosofia del valzer vorticoso e sensuale. I tempi sono spesso lenti, tali da portare ad esempio il Vilja Lied ai limiti del lamento barocco e il duetto Camille-Valencienne del secondo atto a languori eccessivamente strascicati. Riesce bene negli attimi concitati, in particolare nell’inserto offenbachiano, ma il resto rimane avvolto in una fredda compostezza che poco si concilia con la partitura di Lehár. L’Orchestra sta alle volontà del direttore.

Nel complesso omogenea la compagnia di canto in cui primeggia Mihaela Marcu. Artista di punta nel panorama lirico internazionale e dell’operetta, la ricordiamo splendida Adele nella Fledermaus triestina del 2016, si riconferma Hanna Glawari di riferimento, come già era stato nell’edizione del 2014. Il ruolo è reso con indiscussa maestria, assecondandone il carattere ora malizioso, ora amoroso, avvalorato dalla voce omogenea, capace di acuti svettanti e bellissimi fiati. Col Vilja Lied seduce e incanta i presenti, strappandoli calorosi applausi. Ottima Valencienne quella di Lucrezia Drei, già pregevole Corinna nel Viaggio a Reimsdel maggio scorso al Filarmonico, capace di unire passione e giudizio in una linea di canto d’indubbia tenuta. Il Conte Danilo di Enrico Maria Marabelli vanta voce generosa, bel fraseggio e giusta dose di marpioneria. Francesco Marsiglia risolve discretamente Rossillon, seppur con qualche limitatezza nell’acuto. Giovanni Romeo è Barone Zeta disinvolto e spalla reciproca della signorina Njegus, Maurisa Laurito dalla prorompente comicità mediterranea. Bene Stefano Consolini, St. Brioche di classe. Completano il cast Francesco Paolo Vultaggio, Cascada, il Kromow di Andrea CorteseNicola Ebaucome Pritschitsch e Daniele Piscopo nei panni di Bogdanowitsch. Stanno al loro posto Serena Muscariello, Sylviane, Laura Rotili, Olga, e Francesca Paola Geretto, Praškowia.

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