La Recensione: Re Lear. In prima nazionale ieri al Teatro Argentina

Il potere logora (e obnubila) chi ce l’ha.
Ieri come oggi.
Nella visione di Giorgio Barberio Corsetti, ci troviamo immersi sin dalla prima scena non nella realtà, ma nella rappresentazione della realtà. Lo spettacolo comincia con un video: voci, corpi, urla, risate.
Un festino la cui sguaiata decadenza non lascia presagire nulla di buono.
Lear, potente re di Britannia, stanco del peso della corona, consapevole che la vecchiaia e la morte sono irrimediabilmente vicine, sta per compiere quello che in apparenza potrebbe sembrare un gesto di responsabilità: cedere il proprio regno alle giovani figlie, ma che, a causa della superbia e della superficialità, finirà per decretare l’inizio della rovina della sua vita, della sua famiglia, del suo regno in un crescendo di follia e distruzione.
Lear è potente. Tanto potente da potere abdicare al potere stesso, ma lo fa non da vecchio saggio, ma in modo arbitrario, sconsiderato. La sua ubris lo obnubila: tanto è abituato ad essere adulato, temuto che il rifiuto di Cordelia di sottoporsi a quella che altro non è che una prova di servilismo ruffiano, lo rende cieco di rabbia, sordo, incapace di discernere fra vero e il falso, giusto e ingiusto, bene e male.
Rifiutare le regole della corte, parlare meno di quanto si sa, e avere più di quanto non si mostri, è inammissibile.
Shakespeare nella messa in scena di Giorgio Barberio Corsetti è piu che mai nostro contemporaneo.
Ambientando Re Lear ai giorni nostri, mantenendo il testo originale, estrapolandolo dal contesto dell’epoca in cui è stato scritto, si corre il rischio di creare una sorta di straniamento, di sproporzione, di frattura storico culturale che potrebbe indebolire se non banalizzare il testo, ma nella regia e nella messa in scena del regista romano, questo non avviene.
Barberio Corsetti immagina lo spettacolo diviso in tre parti come il regno di Lear.
Il dramma delle due famiglie, Lear e Gloucester, fatto di interni, luoghi dove risentimenti vengono dissimulati, rancori celati e intrighi progettati.
La tempesta, dove la scena perde i contorni della realtà, dove tutto si confonde, dove l’anima tradita non regge al dolore e si perde nella natura fino a smarrire il senno.
La guerra, massacro indiscriminato, distruzione che da privata diventa pubblica “una guerra persa, una disfatta della ragione e del diritto, fino alla morte del re e della figlia, e la necessità del potere di trovare un nuovo personaggio intorno a cui raggrumarsi.”
La tragedia esistenziale di re Lear è grande, ma difronte a tanto male, tanta insensata dissennatezza, violenza e tradimento, l’opera del bardo, come l’allestimento di Corsetti, fanno intravedere una speranza: lealtà e fedeltà, il rispetto per il proprio sentire, la pietà e la compassione, fanno di noi degli “Uomini” malgrado ieri come oggi si viva in “un’epoca terribile in cui degli idioti governano dei ciechi.”
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