BENJAMIN BUTTON

Gigantesco il lavoro fatto sull’invecchiamento e il ringiovanimento digitali di Brad Pitt, entrambi ottenuti sperimentando una tecnica innovativa di motion capture. Il risultato è che Benjamin Button agli oscar prende solo miglior effetti speciali. Eppure la storia di un nascituro novantenne che il giorno della fine della prima guerra mondiale viene abbandonato davanti ad un centro anziani poteva avere qual cosina di più. La sua è una vita al contrario che attraversa il Novecento americano, ma soprattutto taglia due vite e le fa incontrare a metà strada.

Fincher sceglie di narrare una storia con un espediente classico: attraverso le memorie di un diario letto da una figlia ad una madre ormai anziana e in letto di morte. Fotografa tutto virando verso il seppia e opta per la calligrafia spinta, cosa che ovatta il racconto con l’indulgenza e il fascino di cui sono dotati i ricordi. Il risultato è un’agiografia del passato che vince sul presente (New Orleans ieri e oggi con Katrina alle porte), una prospettiva a ritroso indulgente e favolistica sugli Stati Uniti che riesce a far riflettere sulla caducità della vita e sulla soggettività del tempo.

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