>THE MERCHANT OF VENICE

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Fra fantasia e realtà
Il Mercante di Venezia è stato pubblicato per la prima volta nel 1600, ma il primo riferimento al dramma è una menzione, nello Stationers’ Register delle pubblicazioni, del 1598: “un libro su Il Mercante di Venezia o altrimenti intitolato L’Ebreo di Venezia”.
Quindi, sebbene fosse stato scritto probabilmente intorno al 1596/7, sembra abbia acquisito sin dall’inizio titoli alternativi riflettendo probabilmente le diverse reazioni del pubblico, la cui attenzione si spostava dalla figura del presunto eroe, il mercante Antonio, a quella del presunto farabutto, l’ ebreo Shylock. È un’alternanza che si è mantenuta nei secoli. Ma questa alternanza potrebbe essere anche un esplicito riferimento ad un altro titolo teatrale: L’Ebreo di Malta di Marlowe (data incerta, ma precedente il 30 Maggio 1593, quando Marlowe è stato assassinato).
L’interesse nei confronti degli ebrei venne ravvivato dall’esecuzione, avvenuta nel giugno 1594, di Roderigo Lopez, un fisico ebreo accusato di aver ordito un complotto per avvelenare la Regina. A riprova dell’attualità dell’argomento, l’Ebreo di Malta fu riproposto al Rose Theatre nel giugno e luglio dello stesso anno.
Quest’opera ha esercitato sicuramente l’influenza più immediata su The Merchant of Venice: mette in scena infatti i conflitti tra tre differenti gruppi etnici e religiosi: Ebrei, Cristiani e Turchi; gli stessi che compaiono ne Il Mercante, ed i cui princìpi vengono messi a confronto e in conflitto in entrambe le commedie.
Il Mercante è un complesso miscuglio di favola e di realtà. I suoi due temi principali, quello realistico della libbra di carne e quello favoloso dei tre scrigni, appartenevano da gran tempo al mito e alla leggenda. Il numero tre appare spesso nei racconti popolari, come i tre enigmi di Turandot o le tre figlie di Re Lear. Shakespeare sembra aver preso il tema del pezzo di carne da Il Pecorone di Ser Giovanni Fiorentino (1558) e quello degli scrigni dalle Gesta Romanorum (traduzione inglese 1595, adattata per la scena).
Ma di una commedia ora perduta, l’Ebreo, si è detto nel 1579 che rappresentava sia “la prodigalità di coloro che perseguono i piaceri mondani” che “la mente sanguinaria degli usurai”. Anche le ambientazioni a Belmonte e a Venezia potevano essere già essere apparse sulle scene collegate tra loro, e con tutta probabilità aver rappresentato un modello teatrale altrettanto immediato de L’Ebreo di Malta.
Le storie tratte dai miti o dalle leggende popolari non sono necessariamente lontane od obsolete: sopravvivono perché rappresentano problematiche che stanno alla base dell’umanità e rimangono attuali. Da ciò deriva in parte la forza (e la durata della popolarità come delle polemiche) del Merchant of Venice. Ma Shakespeare ha intensificato quel potenziale nella sfrontata vena realistica con la quale ha caricato di drammaticità le storie. Su un piano Porzia è un’eroina romantica, ma è anche molto realista, sia nel rifiuto del suo pretendente Moro sia quando cambia le carte in tavola a Shylock nella scena del processo. Il suo amore per Bassanio è espresso con lirismo e passione, ma quando dice “siete costato caro, e caro mi sarete”, con il suo gioco di parole mostra che i valori mercantili di Venezia hanno contagiato anche il mondo mitico di Belmonte.
Entrambe le trame dipendono dal denaro. Un’idea dei valori finanziari sui quali si basa l’opera si può ottenere con un semplice confronto: Bassanio prende in prestito 3000 ducati per potersi permettere di corteggiare Porzia. In moneta Elisabettiana era il corrispettivo di 700 sterline. Nello stesso periodo in cui scriveva l’opera, Shakespeare comprò New Place, la seconda casa più grande di Stratford, per 60 sterline. Ai valori di oggi, per finanziare il suo corteggiamento Bassanio avrebbe chiesto 375.000 sterline. Questa scala economica può aiutarci a mettere a fuoco la crisi di Antonio. E c’è un altro interessante scorcio di realtà contemporanea: l’usura – interessi su credito – era proibita ai Cristiani, perciò per l’esercizio di questa pratica venivano usati gli ebrei – che poi, come nella commedia, per ciò stesso venivano insultati. In effetti, sebbene gli Ebrei fossero i finanziatori d’Europa, pochi di loro vivevano in Inghilterra; ma Shakespeare non ha dovuto cercare lontano per trovare un modello d’usuraio: proprio suo padre è stato condannato due volte per aver violato la legge chiedendo interessi usurari. C’è probabilmente una parte di fantasia nel Mercante di Venezia, ma altrettanta parte di realtà, e la rappresentazione dipende dall’equilibrio tra i due aspetti.
Al cuore del Merchant c’è la tensione fra la giustizia e la misericordia; ma ce n’è anche riguardo l’amore, la vendetta, l’intolleranza e la natura dei legami, degli obblighi che un uomo contrae verso altri. Antonio, la cui vita in base alla legge è perduta, ammette che il Doge di Venezia “non può violare il corso della Legge”. La legge dovrebbe essere imparziale, a salvaguardia di ogni cittadino. Ma la legge va anche interpretata: presiedendo il processo, il Doge non è imparziale e dimostra manifesta pietà per Antonio e descrive Shylock come “un avversario dal cuore di pietra, un essere disumano”. D’altro canto Shylock, che ovviamente è più complesso di come viene giudicato, si serve anch’egli della legge nel tentativo di uccidere Antonio. La sua posizione legalistica è opposta all’appassionata richiesta di grazia di Porzia; ma quando lei va a sbattere contro il muro dell’interpretazione letterale della legge, allora risponde a tono, e cambiandogli le carte in tavola con un cavillo legale, la goccia di sangue, lo inchioda con le stesse leggi da lui sostenute. Quando lei chiede ad Antonio quale pietà può dimostrare a Shylock, Antonio chiede alla corte che gli sia risparmiata la confisca dei beni – ma a condizione che lasci tutto ciò che possiede al suo odiato genero cristiano e – peggio ancora – che lui stesso diventi cristiano. Questa è pietà o una forma di vendetta? La drammatizzazione della scena shakespeariana nega qualsiasi semplice soluzione in bianco e nero: questa voluta ambiguità è il più chiaro esempio dell’ equilibrio fra le diverse tensioni che attraversa tutta la commedia.
La stessa tensione fra la teorica imparzialità della legge e la fallibilità dei suoi esecutori ricorre nella trattazione dei legami umani e nel loro esito. Questi sono di due tipi: i legami legali e i legami d’amore. I personaggi li agiscono per differenti motivi, ma nessuno ne esce come potremmo aspettarci. Antonio accetta il “contratto per burla” con Shylock per poter finanziare il corteggiamento del suo amico Bassanio nei confronti di Porzia, con conseguenze quasi fatali per lui; Bassanio e Graziano contraggono il legame matrimoniale, simboleggiato dallo scambio degli anelli, che poi però daranno via; Jessica rompe il suo legame con il padre sposando lo “spendaccione” cristiano Lorenzo e si converte al Cristianesimo; quest’ultimo legame, in particolare, preannuncia futuri guai.
La scena finale sembra iniziare con una idilliaca celebrazione del loro amore – ma la serie di amori che vengono citati quali mitici precedenti hanno tutti un epilogo disastroso. Su un livello più ampio, questa scena finale contiene un contrasto sorprendente. Lorenzo celebra la musica delle sfere come immagine di armonia, una cosa così ineffabile da non poter essere udita da orecchio umano; ma il dramma in realtà finisce non in armonia, ma con una barzelletta oscena del personaggio che più di tutti ha rappresentato la violenta intolleranza in tutta la rappresentazione. Qui Shakespeare porta ad un contrasto estremo lo scarto fra la fantasia e la realtà più cruda. Per prendere in prestito una frase a Groucho Marx , “è vero anche il contrario ”.
Roger Warren
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