THE ORPHANAGE

Horror fiabesco in cui la ghost story si integra con il thriller in una visione emozionante e da brivido del genere.

Laura ha vissuto la sua infanzia in un istituto per orfani con 4 suoi amici che poi nel momento che viene adottata non vede più. Così, diventata adulta, decide di rilevare l’orfanotrofio ormai in disuso, per riadattarlo ad una casa famiglia per bambini disabili. L’unico particolare è che anche lei ha un bimbo, Simon, che ha adottato con suo marito. Purtroppo Simon è molto malato ed affascinato dall’isola che non c’è.

Questa è l’inizio del nuovo film spagnolo tutto brividi e adrenalina.

Con The Orphanage, diretto dall’esordiente Juan Antonio Bayona e vincitore di diversi Goya e festival specializzati, il fantasy-horror iberico acquista una fisionomia tutta sua, superando i balbettamenti derivativi di anonimi shooter come Jaume Balaguero e le tentazioni, mai sopite, di inseguire i prodotti d’oltreoceano. Nel film è evidente l’influenza del produttore Guillermo Del Toro e del suo approccio fiabesco e visionario al genere, unita a una sensibilità tipicamente europea nel narrare le storie di fantasmi, che già avevamo ritrovato in un film come The Others di Alejandro Amenabar. Nella sintesi di queste due componenti il film gioca le sue carte migliori, nella concezione della ghost story che è sì classica (sia dal punto di vista narrativo, sia nella messa in scena) ma al contempo segnata da toni da favola, sognanti e sottilmente malinconici, che sottolineano un approccio interessante e non convenzionale al genere.

L’inizio è un flashback sull’infanzia della protagonista, coglie un parallelo con le opere più riuscite di Del Toro (specie con il celebrato Il labirinto del Fauno), nella messa in scena diretta e partecipata dell’infanzia, dei suoi misteri e dei suoi rituali, in una visione “a misura di bambino” che, seppur traslata nel corso della storia, non verrà mai del tutto abbandonata. Ed è proprio in questa celebrazione, mai compiaciuta o gratuita, dell’età preferita dal genere fantastico (sottolineata dai riferimenti a una Neverland che si rivelerà incredibilmente reale), che lo script esprime al meglio il suo carattere fiabesco, ribadito anche da soluzioni archetipe (il faro, la caccia al tesoro) intelligentemente usate per aumentare il piacere affabulatorio della narrazione. E l’elegia dello sguardo dell’infanzia è ulteriormente confermata dal modo in cui il piccolo protagonista, condannato dalla sua malattia a non vedere mai l’età adulta, ribalta con naturalezza, grazie alla fantasia, la sua triste condizione: quasi il suggerimento per cui solo l’adozione di un punto di vista infantile sulle cose (quello che, come viene detto in una battuta del film, porta “prima a credere, e poi a vedere”) può mettere in salvo dagli orrori della realtà.
La regia di Bayona stupisce per la sobrietà e per l’uso estremamente parco dei più tipici effetti-shock (e a questo proposito c’è da fare un plauso al giovane regista, proveniente dal videoclip, per aver rifuggito facili tentazioni in questo senso), abbandonandosi a una classicità fatta di piani sequenza e lunghe carrellate sugli interni della villa, con un’efficace atmosfera di angoscia che esplode in singole sequenze (il gioco del “nascondino” verso la fine) di assoluto impatto.La sceneggiatura porta per mano lo spettatore, come fanno i fantasmi con la spaesata Laura (a cui dà il volto un’ottima Belén Rueda), a un sorprendente e toccante finale, difficile da dimenticare per lucidità e impatto emotivo: la conclusione di un’odissea che per la protagonista ha rappresentato una riconciliazione col suo passato. E la promessa di un futuro, per il cinema fantastico spagnolo, che si preannuncia più che mai interessante e degno di essere seguito con attenzione.
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